I disturbi da somatizzazione: quando è il corpo a parlare

 

         

I bambini con disturbi di somatizzazione si lamentano per una varietà di sintomi fisici, alla base dei quali non si riscontra alcuna condizione medica…

Cefalea, dermatiti, disturbi algici, disturbi gastrointestinali sono solo alcuni dei classici sintomi che possono non avere una causa organica ma essere l’immagine somatica di un disagio psichico, di una conflittualità affettiva o ambientale.  “Il corpo è per il bambino lo strumento, il solo o quasi, prima del linguaggio, attraverso cui esprimere una sofferenza psicologica” (Kreisler,1985).

Fin dalla nascita, per un bambino, la madre rappresenta il principale regolatore degli stati affettivi e fisiologici. È proprio la madre, o il caregiver, a dare un senso alle sensazioni corporee che il bambino sperimenta. Tra madre e bambino infatti si crea una sorta di “comunicazione”, vocale e non, attraverso la quale avvengono reciproci scambi di espressioni, atteggiamenti e comportamenti in cui la madre restituisce al bambino in modo più chiaro ciò che il bambino esprime. Questo meccanismo dobbiamo immaginarcelo come una sorta di costruzione di un puzzle: a partire da pezzi sparsi e senza senso si arriva a qualcosa, ad un’immagine dotata di senso. Questo meccanismo, definito da Winnicott rispecchiamento, permetterà con il tempo al bambino di riconoscere da sé le proprie sensazioni corporee, dare loro un senso, un nome e più tardi di poterle verbalizzare e quindi comunicare. Riconoscere e modulare le emozioni è una capacità che il bambino acquisisce con il tempo attraverso la relazione con il caregiver. È possibile che, per svariate ragioni, questo meccanismo si inceppi, non permettendo al bambino di comprendere e dare senso a ciò che percepisce ma “costringendolo”, a livello inconscio, a trovare un altro canale di comunicazione: il corpo. Attraverso il meccanismo della somatizzazione conflitti interni o esterni, minaccianti l’equilibrio psichico del bambino, trovano espressione, o per meglio dire evacuazione solo mediante il corpo.  Il sintomo quindi si prefigura come una comunicazione di un disagio che a volte può essere passeggero altre può richiedere una presa in carico del bambino e della sua famiglia. Riuscire a decifrare il messaggio nascosto dietro il sintomo permette all’emozione che ne è alla base di essere legittimata e messa in parola, in questo modo si offre al bambino la possibilità di abbandonare progressivamente il corpo come unico canale comunicativo.

 

I bambini quanto più sono piccoli, tanto più utilizzano il corpo come luogo e mezzo privilegiato attraverso cui esprimere il proprio malessere.

R. Gaddini

 

 

Bibliografia:

Gaddini R., Medicina psicosomatica in pediatria. Minerva Medica

Kreisler L., L’approccio psicosomatico in pediatria. Pubblicato su Medico e bambino, 1985

Stern D., Il mondo interpersonale del bambino. Bollati Boringhieri

Winnicott D., Dalla pediatria alla psicoanalisi. Giunti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *