Hikikomori: è un rischio in Italia?

 

Ultimamente in Italia sta diventando sempre più noto un fenomeno noto come “hikikomori”. Spesso ci sono state fatte domande in proposito da genitori preoccupati relativamente ad una situazione di disagio dei propri figli, per lo più da genitori di figli adolescenti. Questo termine si è diffuso anche nella nostra cultura negli ultimi anni, a seguito di notizie diffuse su internet e in programmi televisivi in genere, ed alcune famiglie si sono allarmate rispetto alla possibilità che una simile situazione si potesse verificare all’ interno del loro nucleo familiare, o rendendosi conto che magari ciò si stesse già verificando. Con il proposito di voler dare una risposta a questi genitori, come ad altri che si stiano ponendo queste stesse domande, voglio affrontare questo tema, ed altri ad esso affini, per capire cosa stia realmente accadendo nel nostro territorio, e chiarendo alcune questioni magari finoranebulose.

Cos’è innanzitutto il fenomeno noto come “hikikomori”? Cosa significa questo termine? Il termine hikikomori è di origine giapponese, e significa letteralmente “stare in disparte, isolarsi”, dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”, ed in Giappone viene utilizzato per indicare coloro che decidono di ritirarsi dalla vita sociale, spesso raggiungendo livelli di isolamento estremi, lasciando raramente la propria stanza, tagliando i ponti con la scuola, il lavoro e la quasi totalità delle relazioni sociali in genere. È un fenomeno spesso collegato a quello che in Giappone prende il nome di “amae”, ossia dipendenza parentale. È proprio in Giappone, più che nel resto del mondo, che sembra ci sia una maggiore estensione del fenomeno. A questo proposito è necessario fare una doverosa premessa, per poter meglio capire quanto questo tipo di realtà sia presente anche in Italia. Il governo giapponese ha infatti individuato, nel 2016, circa 1 milione di casi di hikikomori, tuttavia lo psicologo Tamaki Saito, considerato il massimo esperto in questo ambito in Giappone, stima che ce ne potrebbero essere addirittura due milioni. Teniamo conto che la popolazione

 

giapponese è composta da circa 130 milioni di persone. L’ attendibilità di questi dati è comunque discutibile, il numero di casi individuati dal governo fa infatti riferimento ad individui compresi tra i 15 ai 64 anni, tuttavia, proprio perché il ritiro sociale implica una scelta, potrebbero esserci molti altri soggetti che hanno deciso di isolarsi e di non denunciare la propria situazione, come pure famiglie di minori ritirati potrebbero essere reticenti dal volerlo comunicare. Nel territorio giapponese questo fenomeno è molto diffuso, tuttavia non è ancora ben conosciuto e definito, per tali motivi è difficile stabilire quali siano le sue implicazioni.

In Italia invece?

Proprio per una non specificità di questo fenomeno, non ci sono al momento dati attendibili rispetto la sua diffusione, anche perché spesso non c’è una distinzione tra coloro che fanno semplicemente parte della cosiddetta cultura nerd, o coloro i quali potrebbero rientrare in una diagnosi di dipendenza da Internet. Si stimano comunque circa 100.000 casi, a fronte di 60 milioni di italiani, una percentuale quasi dieci volte inferiore rispetto la popolazione giapponese.

Potremmo quindi dire che questo specifico fenomeno non sia minacciosamente frequente in Italia, tuttavia, quei genitori che nel tempo ci hanno domandato, o che comunque si sono domandati, se il figlio o la figlia fosse o meno “malato” di questa patologia hanno comunque percepito dei segnali che li hanno in qualche modo allarmati, è quindi il caso di approfondire l’argomento per dare loro una risposta.

Andando a svincolarmi da questo termine, che potrebbe essere ora troppo rigido rispetto l’effettivo motivo di preoccupazione di queste famiglie, voglio ora parlare di quello che potrebbe essere il vero problema sottostante queste situazioni: l’isolamento sociale.

Fin troppo spesso ci viene domandato se c’è da preoccuparsi, in quanto: “Mio figlio non esce mai di casa, sta sempre davanti alla tv o con il telefono in mano a giocare”. Questa frase è di per se allarmante, ma è anche altrettanto attendibile? Quando ci vengono fatte questo tipo di

 

segnalazioni, ci domandiamo quanto quel “mai” sia effettivamente un mai, e quanto “sempre” sia effettivamente un sempre. Quando in Giappone si usa il termine hikikomori per riferirsi ad una persona, ci si sta riferendo a qualcuno che forse non esce letteralmente dalla propria abitazione da anni (almeno sei mesi secondo i criteri diagnostici utilizzati), che conseguentemente non frequenta la scuola/non ha un posto di lavoro. Non a caso questo fenomeno è strettamente collegato all’ amae, la dipendenza parentale, gli hikikomori, dice lo stesso Tamaki Saito, vengono accuditi dai genitori anche molto dopo il raggiungimento della maggiore età, anche oltre i 30, 40 anni. Nell’ attuale situazione economica italiana, non è raro che un giovane adulto non faccia affidamento sui genitori e sulla casa d’origine fino ai 30 anni se non oltre, tuttavia questo costituirebbe un “terreno fertile” per diventare hikikomori, ma non la causa. I genitori che ci domandano se è normale che il figlio non esca mai di casa e che sia sempre incollato ad uno schermo potrebbero essere preoccupati da un possibile esito futuro, quale diventare uno di questi famosi hikikomori, ma in realtà una tale situazione sarebbe in un certo senso molto estrema, e quindi maggiormente riconoscibile. Ciò sul quale credo sia necessario porre l’attenzione è invece quello che potrebbe essere un importante campanello d’ allarme, centrale nel fenomeno dell’hikikomori, ma affine anche ad altre situazioni altrettanto critiche, vale a dire l’isolamento sociale. L’ isolamento sociale, non solo di bambini o adolescenti, ma di chiunque di noi, è un qualcosa che, indipendentemente dalle sue cause, ci sta comunicando un disagio. Un bambino, o un adolescente, che si rifugi in un ritiro sociale, è probabilmente andato incontro ad un qualcosa, nella socialità, che ha prodotto questo disagio, e, nel tentativo di proteggersi da quest’ ultimo, ha trovato nel ritiro l’unica soluzione che gli sembrava adeguata. Particolarmente critici sono i momenti di grande cambiamento, come l’ingresso nella scuola o l’esordio della pubertà. Non sempre un giovane è in grado di comunicare il suo malessere o di trovare soluzioni più adatte, è spesso quindi il genitore che si preoccupa di questi segnali

 

si fa carico di chiedere aiuto. Non necessariamente ciò che viene percepito come allarmante porterà poi al peggiore degli scenari, un ragazzo che si trova in un momento di difficoltà e che si ritiri in casa per un periodo non diventerà necessariamente un hikikomori. Di contro, se un disagio c’è, ed è visibile, non è detto che si risolva da solo. Agire drasticamente, può portare ad un peggioramento della situazione. Sequestrare il telefono al figlio, ed obbligarlo ad uscire di casa, può togliergli l’unica cosa che in quel momento di difficoltà dava un po’ di sollievo. Come dovrebbe comportarsi allora il genitore? Come lo stesso Saito suggerisce: “I genitori rimproverano il figlio hikikomori, ma cercare di persuaderlo solo attaccandolo non aiuta a modificare la situazione. Per questo il mio primo consiglio è quello di accettare la condizione del ragazzo e di farlo vivere serenamente in casa. Così facendo migliora il rapporto genitore-figlio e l’ hikikomori parla ai genitori dei suoi problemi e del suo dolore. È da qui che può decidersi ad andare in terapia o ricorrere a un ricovero. Se perdura il conflitto tra genitori e figli è impossibile trovare una soluzione.”

In conclusione, quello che si dovrebbe fare quando si ha la sensazione che la persona stia affrontando un momento di disagio attraverso il ritiro sociale non è colpevolizzarla per la sua condizione, ma cercare di comprendere da dove derivi e fornendo la propria vicinanza emotiva.

Laddove la situazione dovesse sembrare particolarmente angosciosa, non lasciare l’individuo solo alla deriva, ma valutare l’eventualità di rivolgersi ad un professionista e di chiedere un parere in merito.

 

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